1 Agosto 2026

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Il ricordo del mio Capitano

Articolo di

Antonio Scibetta è un appassionato tifoso milanista, editorialista attento e preciso. Come altri collaboratori di questo sito è membro del gruppo privato Facebook Rossonerologia

Se n’è andato Franco Baresi, eroe della nostra infanzia.

Credo che per molti, come me, nati a fine anni ’70, Baresi abbia rappresentato il calciatore tipo: colui che incarna fedeltàabnegazionedeterminazione e, soprattutto, cultura del lavoro.

Baresi era uno che proveniva dalla terra. Nell’infanzia aveva vissuto in una cascina delle campagne bresciane e sapeva cosa significasse il sacrificio, e questo glielo si leggeva in faccia: quelle rughe, quello sguardo mite ma deciso, uno di quelli che ti fa capire che hai di fronte un uomo che ha visto il nero, il buio, e lo porta con sé. Perché certi dolori e certe difficoltà, alla lunga, diventano parte di te, del tuo quotidiano.

La vita del Capitano non era stata facile: orfano da piccolo, la malattia in giovane età, proprio quando la sua carriera doveva spiccare il volo. Eppure non si è mai arreso né abbattuto, perché chi viene dalla terra ha una caratteristica in più: la fame.

La sua vita, terrena e sportiva, è stata segnata dal numero 6, sempre presente: nato nel 1960, morto nel 2026, all’età di 66 anni, e soprattutto la sua maglia, la numero 6. Sarà solo una semplice coincidenza del destino, un destino amaro che, a causa di una brutta malattia, ci ha portato via troppo precocemente il Capitano.

Nella sua carriera gli erano stati attribuiti molti soprannomi: tra i più ricordati “il piscinin” di Gianni Brera, oppure “Kaiser Franz”, o ancora “Mahatma”. Io gli avevo dato il mio personalissimo soprannome: “Capitan Leone”. Forse non molto originale, ma era quello che rappresentava per me Franco Baresi in campo: coraggioso, impavido e re del campo.

“Morire fa parte della vita”, ci hanno insegnato. Parrebbe un ossimoro, ma è così. Tutto ciò che vive non lo sarà per sempre: che tu sia uomo, animale o pianta, prima o poi lascerai questa terra e la tua anima di essere umano trasmigrerà altrove. E la morte è sempre un dolore, un fatto che ci sconcerta, che ci abbatte, che ci fiacca. Persino quella di un cane o di un gatto, addirittura quella del ciliegio in fondo al giardino o della vigna in mezzo ad altre mille sulla collina…

Ma la morte ci rende tutti uguali: ci mette in fila, uno ad uno, e ci porta via senza alcuna distinzione. E tutto questo perché? Perché la vita non è nostra: ci è stata data, affidata, e dobbiamo averne cura.

E quando muore un personaggio che consideravi come un supereroe della tua infanzia, ti rendi conto che il tempo passa, corre, travolge ogni cosa, e ti senti davvero inerme, senza difese per affrontarlo. E vincerà lui, sempre lui, solo lui.

A noi non resta altro che rendere onore alla vita che ci è stata donata fino alla fine, fino in fondo. Perché, dove andremo, il tempo e la morte non potranno più farci niente.

Riposa in pace, Capitano, o mio Capitano. Capitano e 6 × sempre.


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