Articolo di
Angelo Di Cioccio è conosciuto universalmente come AngelRedBlack su X, dove scrive con il suo account personale e su @MilanSpace_03 di cui è fondatore.
Blogger dal 2014, grande tifoso del Milan, simpatizzante del Pescara Calcio e del Chelsea FC.
Ha scritto anche per Calciomercato.com, ACMilanInside e Milan Community di Luca Serafini e Alessandro Jacobone.

Il calcio italiano è morto. Lo hanno ucciso senza pietà. O meglio ancora, diciamo che il calcio italiano sta rischiando seriamente di morire e di essere sostituito da una copia cinese contraffatta. Nel caso del calcio italiano, potremmo parlare di copia americana contraffatta, vista l’invasione delle proprietà made in USA che comprano i club calcistici nostrani. Possiamo scrivere che in questo momento il sistema calcio italiano è in coma. È come la bella addormentata nel bosco che aspetta il bacio del principe azzurro per risvegliarsi. Solo che, all’orizzonte, per il calcio italiano in coma, di principe azzurro non se ne vede neanche l’ombra. In questo momento ci sono solo sciacalli e avvoltoi che non ne vogliono sapere di mollare la poltrona, a cominciare dal presidente della FIGC Gabriele Gravina fino ad arrivare ai suoi consiglieri in FIGC, tra cui Beppe Marotta e Giorgio Chiellini.

In realtà un principe azzurro disposto, con un bacio, a far risvegliare la bella addormentata nel bosco — ovvero il calcio italiano, in questa metafora — si era palesato con un piano redatto in 900 pagine, un volume corpulento dove c’erano tutti i dettagli per rilanciare a modino il sistema calcio in Italia, che dal 2006 in poi ha solo vivacchiato fino ad arrivare alla situazione moribonda in cui si ritrova oggi.
Quel principe azzurro era Roberto Baggio. Con un piano da lui redatto era pronto a rilanciare tutto il sistema calcio italiano partendo dalle fondamenta. Perché il calcio italiano oggi è un disastro. Una delle industrie più importanti del Bel Paese è ridotta a un colabrodo.
Nel 2010 Roberto Baggio era presidente del settore tecnico di Coverciano e, insieme ad Adriano Bacconi, nel periodo tra novembre e dicembre del 2011, presentò questo progetto redatto in 900 pagine per rilanciare il calcio italiano. C’era tutto dentro: dallo scouting ai centri federali, dati, giovani e talento al centro di tutto.
Il piano di Roberto Baggio era davvero fantastico ed entrava molto nello specifico, con una supervisione capillare di tutto il territorio, con l’Italia divisa in 100 distretti, con 3 allenatori federali ciascuno e l’obiettivo di visionare 50 mila partite l’anno. Interazione quotidiana con i settori giovanili e creazione di un grande database multimediale: esercitazioni, test e partite filmate e catalogate. Strutture sportive adeguate, un centinaio di centri federali, raccolta dati costante, monitoraggio a livello periferico, formazione di istruttori federali che avessero una laurea, un passato professionistico e buone qualità educative. Per i giovani ragazzini che si affacciavano al mondo del calcio, l’imperativo categorico era il rapporto con la palla. Inoltre tutti i giovani andavano sottoposti a test misti, fisici e tecnici.
Era un piano molto ambizioso e capillare quello di Roberto Baggio, ma non gli fu permesso di attuarlo. Lo stesso Divin Codino dichiarò: «900 pagine, una ricerca e un programma per rinnovare il calcio italiano. L’ho presentato nel dicembre 2011 e per un anno è rimasta lettera morta. Ne ho tratto le conclusioni: io non amo occupare le poltrone, ma amo fare». Roberto Baggio si dimise il 23 gennaio 2013 da presidente del settore tecnico di Coverciano.
Il problema del sistema calcio italiano è molto più profondo, sociale e strutturale. E va risolto alla radice. Gli insegnanti di calcio prendono poco e puntano a fare carriera per crescere di categoria, salire di grado, mettersi in mostra e guadagnare di più. Per fare questo, non pensano alla valorizzazione individuale del ragazzino o del bambino, ma pensano a vincere i piccoli tornei per mettersi in mostra ed essere chiamati a lavorare in categorie più importanti dove poter guadagnare di più.
Gli insegnanti di calcio andrebbero pagati di più, in modo da poter vivere molto bene e non avere quindi l’esigenza economica di crescere di categoria per poter guadagnare di più. Facendo così si concentrerebbero su quella che è una loro missione di vita: valorizzare e preparare tecnicamente bene il bambino e il ragazzino, o la bambina e la ragazzina, e lasciarlo libero di far uscire il suo estro, la sua fantasia, la sua tecnica, la sua natura, che va supportata e non soffocata. Al netto di tutto, che sia gracilino o che sia grosso. L’obiettivo deve essere la valorizzazione tecnica del talentino. Lasciarli liberi di far emergere la loro natura tecnica, valorizzandola, raffinandola, facendola migliorare, senza ingabbiarli in inutili schemi tattici che a una certa età non servono. Non ha senso per un bambino giocare a due tocchi, schematizzarlo come un robottino che fa le cose imparate a memoria: deve essere libero di creare con il suo estro. Si devono divertire pensando a migliorare tecnicamente, non a vincere i piccoli trofei dei campionati per bambini. Non deve essere quella la priorità: nei settori giovanili la priorità deve essere lavorare sulla tecnica individuale e sulla tattica individuale.
Nelle scuole si gioca spesso a pallavolo, e nei parchi pubblici ci sono più campi da basket che da calcio. Il calcio è sempre lo sport nazionale, meno seguito rispetto al passato ma in Italia è ancora nettamente lo sport più seguito. Ovviamente il bambino è attratto dal campione, da chi vince, e in Italia adesso i più vincenti sono Jannik Sinner per il tennis e Kimi Antonelli per la Formula 1, quindi è probabile che molti bambini possano appassionarsi di più a questi sport che non al calcio, se non per un tramando generazionale, magari un padre che trasmette l’amore per il calcio e per una squadra del cuore ai propri figli.
Questo discorso — e voglio essere chiaro in questo — sarebbe valido comunque anche se l’Italia avesse vinto con la Bosnia e fosse andata al Mondiale. La partecipazione alla kermesse del Mondiale non avrebbe risolto i problemi del calcio italiano. Li avrebbe solo rimandati di qualche mese, perché ai Mondiali, essendo una nazionale davvero modesta, avremmo fatto probabilmente una brutta figura. Ci sono troppi stranieri, sia nelle squadre giovanili che nelle prime squadre. E molti sono modesti. E probabilmente è frutto anche di qualche intrallazzo tra procuratori e società. Anche i costi per iscrivere a scuola calcio un bambino o una bambina sono troppo esosi per le famiglie. Sono tanti aspetti, anche sociali e culturali, che vanno rivisti e corretti.
Con l’eliminazione contro la Bosnia ai rigori, sono 16 gli anni che l’Italia non va ai Mondiali. Non c’è due senza tre: 2018, 2022 e 2026. Ora bisogna prepararsi per gli Europei del 2028. Proviamo almeno ad andare lì.
Gattuso è quello che ha meno colpe: stava per fare un miracolo con questa nazionale davvero mediocre, ed è l’unico che ha chiesto scusa. Gattuso è un campione, anche come uomo, ha una grande dignità, e vederlo così affranto mi è dispiaciuto. Non meritava questo epilogo lui. Ma la FIGC e i vertici del calcio italiano sì. Questo schiaffo potrà servire per provare a riformare. A uscire da questo coma profondo e, con le giuste riforme, provare a far rinascere il nostro amato calcio italiano.
Scopri di più da RossoneroBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


Altri articoli
Concretezza e praticità. In campo e fuori. No ai Don Chisciotte
Il made in Italy e il concetto di «Contestazione-Reazione»
Il vortice per arrivare al vertice