23 Aprile 2026

RossoneroBlog

Fatti ed opinioni su AC Milan

Concretezza e praticità. In campo e fuori. No ai Don Chisciotte

Articolo di

Angelo Di Cioccio è conosciuto universalmente come AngelRedBlack su X, dove scrive con il suo account personale e su @MilanSpace_03 di cui è fondatore.
Blogger dal 2014, grande tifoso del Milan, simpatizzante del Pescara Calcio e del Chelsea FC.
Ha scritto anche per Calciomercato.com, ACMilanInside e Milan Community di Luca Serafini e Alessandro Jacobone.

Al Milan bisogna vincere trofei. Questo lo sappiamo bene. Il Milan non si limita a partecipare alle competizioni.

“Fare il Don Chisciotte” significa intraprendere battaglie idealistiche, nobili ma irrealizzabili, difendendo cause perse o combattendo nemici immaginari con ingenua spavalderia. L’espressione indica un atteggiamento sognatore, spesso ridicolo, tipico di chi non distingue i veri ostacoli da quelli immaginari, noto anche come “combattere contro i mulini a vento”.

Questa è la definizione che l’intelligenza artificiale di Google dà all’espressione “fare il Don Chisciotte”.

Quando si fa un’analisi bisogna essere pratici e concreti, consapevoli della realtà in cui si è immersi. Per il Milan andare in Champions è l’obiettivo minimo, ma non quello che soddisfa la tifoseria. Tuttavia è il punto di partenza indispensabile per avviare una crescita. Piangere sul latte versato non serve e non porta soluzioni. Allegri, considerato il suo palmarès, nei fatti è un vincente. Piaccia o meno, è il tecnico più vincente che c’è in Italia. In Serie A.

Bisogna analizzare ciò che, in questa stagione, non ha consentito al Milan di portare a casa trofei, per capire come migliorare. Come ha detto Massimiliano Allegri, serve una crescita graduale: ogni anno bisogna fare meglio dell’anno precedente, fino ad arrivare a vincere dei trofei.

Al Milan bisogna vincere trofei. Questo lo sappiamo bene. Il Milan non si limita a partecipare alle competizioni. L’anno scorso arrivava da una stagione deludente, ma si è giocato la possibilità di vincere due trofei: la Supercoppa Italiana, che ha vinto, e la Coppa Italia, persa in finale contro il Bologna. Ma ha chiuso la Serie A con un deludente ottavo posto. Fosse stata una provinciale sarebbe stata una stagione fantastica, ma la forma mentis del mondo Milan non è quella. Difatti c’è stata una contestazione molto forte davanti a Casa Milan l’estate scorsa, che ha portato a una reazione della società, poi tradottasi nell’arrivo di Allegri, Tare, Modrić e Rabiot. Da questi profili bisogna ripartire.

Cerchiamo di essere pratici e concreti. Quest’anno l’obiettivo minimo era la Champions. Tornarci è fondamentale, anche se non appagante, ma è un caposaldo indispensabile per crescere. L’anno prossimo l’obiettivo deve essere vincere lo scudetto e non fare la cenerentola in Champions. Il Milan non deve uscire al primo turno come ha fatto l’Inter con il Bodø/Glimt. Non esiste e non sarebbe accettabile. Deve ripresentarsi a casa sua, ovvero in Champions, cercando di fare un percorso virtuoso. Non dico di vincerla — a meno che non avvenga un miracolo — ma di disputare la competizione europea con dignità. Tuttavia anche le altre coppe nazionali, per quanto considerate trofei minori, il Milan deve comunque puntare a vincerle.

In Champions occorre esperienza. Non siamo nelle condizioni di rischiare sul mercato. Bisogna puntare su profili affermati ed esperti. Niente rischi alla Reijnders: questi colpi non ce li possiamo permettere perché non sono certezze. Ai profili affermati alla Goretzka il Milan può aggiungere i Comotto di rientro dallo Spezia, un giovane davvero interessante che spero Allegri mantenga in prima squadra, ma bisogna affidarsi a giocatori il cui valore atteso sia una garanzia. Per farvi capire: con un Vlahović o un Kean il Milan si assicura un attaccante che, considerato lo storico in Serie A — soprattutto Vlahović — è uno da doppia cifra. Il valore atteso, non quello sperato. I colpi alla Reijnders sono valori sperati. Se ne può fare uno nel prossimo mercato, ma poi bisogna acquistare campioni o mestieranti il cui rendimento, in base allo storico, sia assicurato. Bisogna rischiare il meno possibile.

Il prossimo Milan dovrà essere quello dei Vlahović e dei Kostić, dei Lewandowski e dei Camarda, dei Goretzka e dei Comotto, dei Gila e dei Bartesaghi. Sono esempi. Mi rifaccio a quella famosa dichiarazione di Florentino Pérez durante la sua avventura al Real Madrid, quando parlò del Real dei “Zidane y Pavones”. Pavón era un difensore centrale, un giovane della cantera. Il Milan deve ragionare così.

La speranza va sempre mantenuta, perché se si pensa che non ci possa essere in nessun modo miglioramento, allora la critica smette di avere senso. Cosa si critica, se si è certi che nulla possa cambiare? Sento spesso dire che per mandare via la proprietà non bisogna andare allo stadio, così non incassano e RedBird cederà il Milan. Non credo stiano così le cose. Questo è “fare il Don Chisciotte”. A parte il fatto che qualcuno allo stadio ci va sempre: turisti, influencer, occasionali, appassionati di sport, aziende, scuole e così via. Un modo per riempire lo stadio lo trovano sempre. Inoltre questa proprietà ha già dimostrato che non le dispiace avere uno stadio pieno di non tifosi: se poi i tifosi gli danno una mano e se ne vanno da soli, si fa il loro gioco. Il tifoso vuole vincere, non cerca intrattenimento. Se poi la vittoria arriva attraverso un bello spettacolo calcistico, tanto meglio; ma se c’è lo spettacolo e non c’è la vittoria, tutto va a farsi benedire.

Il tifoso contesta attraverso articoli, sui social, manifestando civilmente davanti a Casa Milan; alcuni decidono di non investire più un centesimo sul Milan, e ci può stare. Ci sono diversi modi di manifestare il proprio dissenso, ma sempre rimanendo tifosi del Milan. Sostenendo la squadra. Stando vicino ad essa. Si può sostenere la squadra e al tempo stesso avere una visione critica sul modus operandi della proprietà. Ma la squadra merita il supporto dei tifosi. È sempre Milan.

Chiudo questo articolo sul concetto di speranza citando Noam Chomsky, filosofo statunitense, che disse:
“Se credi che non ci sia speranza, farai in modo che non esista alcuna speranza. Se credi che ci sia un istinto verso la libertà, farai in modo che le cose possano cambiare ed è possibile che tu possa contribuire a creare un mondo migliore”.


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