Un politico, soprattutto se ricopre incarichi istituzionali di rilievo, ha il dovere di distinguere tra il cittadino-tifoso e il rappresentante delle istituzioni.

Ignazio La Russa, grande tifoso interista, un paio di giorni fa ha commentato il finale di Milan-Lazio: “A volte è rigore, a volte non è rigore… a volte è fallo di mano, a volte non è fallo di mano. Facessero a me delle cose del genere mi sarei arrabbiato tantissimo. Povero Lotito, sempre a lui capitano”.
Il calcio, in Italia, non è mai stato soltanto sport. È linguaggio popolare, rito collettivo, arena di passioni che travalicano i confini dello stadio. È naturale, dunque, che anche i politici siano tifosi: nessuno può chiedere loro di rinunciare a una parte così radicata della cultura nazionale.
Ma una cosa è vivere la passione, altra è trasformarla in dichiarazioni pubbliche che incidono sul dibattito sportivo e, indirettamente, sulle dinamiche di un sistema già fragile come quello arbitrale.
Un politico, soprattutto se ricopre incarichi istituzionali di rilievo, ha il dovere di distinguere tra il cittadino-tifoso e il rappresentante delle istituzioni. La prima dimensione è privata, legittima, persino utile a mostrare un volto umano. La seconda, invece, comporta un peso che non può essere ignorato: ogni parola pronunciata da chi esercita funzioni di governo o di rappresentanza rischia di diventare un segnale, un condizionamento, un messaggio che va oltre la semplice opinione sportiva.
Per questo, sarebbe auspicabile che i politici si limitassero a commentare la propria squadra, senza avventurarsi in giudizi sulle avversarie. Non si tratta di censura, ma di responsabilità. Un ministro, un presidente di Camera o Senato, un leader di partito che interviene su presunti torti o favori arbitrali a club rivali non si comporta da tifoso qualunque: porta con sé l’autorevolezza del ruolo, e quella autorevolezza pesa.
Pesa sugli arbitri, che sanno di essere osservati da chi ha potere politico. Pesa sui tifosi, che vedono confermate le proprie teorie di complotto. Pesa sul clima generale, che si avvelena e si polarizza.
Il calcio ha bisogno di passione, non di interferenze. Ha bisogno di tifosi che gioiscano e soffrano, non di politici che trasformino il tifo in arma dialettica. La politica, dal canto suo, ha già abbastanza campi di battaglia: economia, giustizia, sanità, lavoro. Non serve che ne aggiunga un altro, quello del pallone, dove ogni parola rischia di diventare benzina su un fuoco che dovrebbe restare soltanto sportivo.
In definitiva, i politici dovrebbero fare i politici. E se proprio vogliono parlare di calcio, che lo facciano da tifosi della propria squadra, senza invadere il terreno delle avversarie. Sarebbe un segno di rispetto, di misura, e soprattutto di consapevolezza del ruolo che ricoprono. Perché il calcio è gioco, la politica è responsabilità: confondere i due piani non fa bene né all’uno né all’altra.
Articolo di
RossoneroBlog è un sito di informazione parzialmente gratuita sull' AC Milan: tutto ciò che riguarda la formazione rossonera! Notizie, scoop, calciomercato, curiosità.
Per accedere all'informazione completa è necessario abbonarsi a RB Premium+.
Consulta i termini di abbonamento.
Scopri di più da RossoneroBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


Altri articoli
Eh, ma gli altri …
Il Milan ha bisogno di sostegno, non di sentenze
Col senno di poi sono tutti Allegri