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Fabio Caserini è tifoso milanista fin dall'età di sei anni, quando Gianni Rivera consegnò lo scudetto al Milan grazie ad un suo goal contro il Brescia.
Simpatizza per il Südtirol, in Serie B, e per il West Ham United in Premier League.
È Direttore Responsabile di RossoneroBlog e insieme ad altre 5 persone è stato co-fondatore del gruppo privato Facebook Casa Rossonera.
Oggi è fondatore del gruppo privato Facebook Rossonerologia
Perché i moduli contano fino a un certo punto: ciò che conta davvero è come li interpreti.

Il disastro di San Siro contro l’Udinese non è solo una sconfitta pesante. È una radiografia. Una lastra che mette a nudo, senza più filtri né alibi, i limiti strutturali di una rosa che da mesi vive di espedienti, episodi favorevoli e qualche lampo dei suoi senatori. Il 4-3-3 scelto da Allegri non è stato un tradimento della propria identità, come qualcuno proverà a raccontare. È stato, semmai, un amplificatore della realtà.
Perché i moduli contano fino a un certo punto: ciò che conta davvero è come li interpreti. E ieri il Milan non aveva né gli interpreti, né le gambe, né la lucidità per farlo.
Un tridente che tridente non è
Chiamarlo “tridente” è stato un atto di ottimismo. Con Saelemaekers fuori forma e costantemente risucchiato sulla linea dei difensori, la fascia destra era un buco nero. Con un centravanti che non è un centravanti – e che oggi fatica persino a definirsi atleta, viste le condizioni fisiche e mentali – il peso offensivo era un’illusione ottica. Il modulo non ha snaturato il Milan: ha semplicemente tolto il velo a una fragilità che già conoscevamo.
La squadra è sulle gambe, e non da ieri
La questione atletica è un tema che aleggia da mesi. Il Milan corre meno, arriva dopo, fatica a reggere il ritmo anche contro avversari tutt’altro che indemoniati. Quando Modric e Rabiot – i due totem stagionali – crollano insieme, giocando male e senza lucidità, tutto il castello si sgretola. E dietro di loro non c’è profondità, non c’è qualità, non c’è alternativa.
Pensare di trovare soluzioni “rivoluzionarie” con Athekame, De Winter, Ricci, Fullkrug, Nkunku e compagnia è pura utopia. Non per colpa loro, ma perché non sono profili costruiti per reggere un Milan che ambisce a tre competizioni. O che almeno dovrebbe ambirci.
I nodi vengono al pettine, e fanno rumore
La gestione della rosa è stata superficiale, a tratti negata, spesso nascosta dietro il paravento del risultatismo. Ma i nodi, quando arrivano, non bussano: sfondano la porta. E ieri lo hanno fatto con un fragore che a San Siro non si sentiva da tempo.
E adesso?
Il calendario dice Verona retrocesso e poi Juventus a San Siro. Un vantaggio? Forse. Un vantaggio, se tale si può definire, è che il Como affronterà l’Inter e potrebbe non trovare la vittoria. La Juventus invece ha già superato l’Atalanta, togliendoci anche quell’appiglio psicologico a cui qualcuno avrebbe voluto aggrapparsi. Ma restare in attesa dei passi falsi altrui è la fotografia perfetta della nostra decadenza.
Il Milan deve ritrovare la bussola, e deve farlo in fretta, se davvero la Champions è un obiettivo imprescindibile. Ma la domanda più inquietante è un’altra: per fare cosa, esattamente, in Champions? Con quale progetto? Con quale rosa? Con quale ambizione reale?
Serve una rottura, non un cerotto
La speranza – l’unica possibile – è che la dirigenza capisca che questa stagione non è un incidente, ma un segnale. Un allarme. Un invito a cambiare rotta in modo deciso, netto, strutturale. Perché il Milan non può permettersi un’altra annata costruita sul filo del rasoio, sperando che i senatori reggano e che gli episodi ci sorridano.
Serve una squadra vera. Una rosa profonda, equilibrata, pensata per affrontare tre competizioni. Non “in teoria”, ma nella realtà.
Il 3-0 dell’Udinese è una vergogna sportiva, certo. Ma può essere anche un punto di svolta. Dipende da chi guida il club. Dipende da quanto coraggio avrà questa società nel guardarsi allo specchio e ammettere che così non si può andare avanti.
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